

Si dice che gli occhi siano lo specchio dell’anima. Chissà che anima pura e illibata. Occhi di un azzurro pungente, che fissandoli abbagliano come guardare il sole al mattino appena sveglio. Azzurro come questo Oceano dalle mille sfumature le cui onde si infrangono violente sulle sponde di Costa Caparica. Impreziositi da un leggero ombretto scuro e matita nera che ne seguiva quella forma e quel taglio seducente. Capelli filati, di un biondo naturale, lisci e dorati come il grano e di una sinuosità che ti innesca una voglia pazza di immergerci la faccia annusando il profumo dello shampoo di chissà quale gusto, scivolando sul collo all'essenza di un "Dior Fahrenheit". E due treccine che spuntano ai lati tra la folta chioma bionda. Non so per quanto tempo l’abbia fissata. Certe situazioni fanno perdere la cognizione del tempo. Una raffinatezza che solo una francese di nome Julie poteva avere. Uno splendore semplice e senza fronzoli. Disarmante e che ti rende schiavo e vittima della sindrome di Stendhal.
« Tutto a Lisbona trasmette saudade, e ancor di più questa spianata di fronte al vuoto, e stando qui, aspirando la brezza che increspa il Tago, cioè il Tejo, si intuisce vagamente cosa sia questa inesplicabile sensazione di rimpianto, di mancanza, e al tempo stesso desiderio di raggiungere l'inaccessibile, malinconico bisogno di utopia che è poi l'orizzonte stesso, un sentimento che i trovatori medievali chiamarono saudade e da allora in nessuna lingua si è trovato un termine appropriato per tradurlo »
(Pino Cacucci)